attualità/Italia

Un Paese in coda

Ore 9. Ci sono interi nuclei familiari. Ci sono ragazzi che fanno i compiti sullo schienale del sedile ribaltato usato come banco. Ci sono neonati addormentati. Ci sono quelli che leggono, quelli al telefono, quelli che scrivono. Ci sono quelli più esperti, che tornati per la seconda volta in pochi giorni hanno visto bene di arrivarci preparati, con il pranzo portato da casa perché la coda è lunga e di bar neanche l’ombra (che poi, al bar, non si potrebbe nemmeno andare, a dirla tutta). Ci sono quelli col cappotto e quelli, forse i più mattinieri, che sono già rimasti in maglietta, per l’attesa, per il caldo, per la rabbia. C’è chi, addirittura, aiuta a far ripartire l’auto del vicino, ché la batteria la coda per il covid proprio non la regge. Ci sono quelli da soli, quelli in coppia, quelli che… c’è tutta la famiglia, anche i nonni dietro, nell’altra auto. Ci sono i vigili agli incroci perché la coda è parte della città ormai: lunghi serpentoni che ridisegnano la mappa di interi quartieri. Ai semafori non è la luce rossa o verde a selezionare il traffico, ma il cartello che indica il tempo di attesa per il tampone covid.

Quattro ore ancora dicono, da qui; ne son trascorse due. Ma dai piani alti, dalle prime file, giunge voce che il sistema sia saltato, il server non risponde, gli esami al momento sospesi. È buffo, perché il virus non aspetta, siamo sempre noi ad aspettare; e siamo sempre noi ad arrivare in ritardo, sempre in affanno per inseguirlo, anziché un passo avanti per anticiparlo. Il sistema non regge, è ogni giorno più evidente. Sapevamo, da mesi, che sarebbe arrivato questo momento: la storia insegna ma l’uomo non impara. Sapevamo che sarebbe arrivato ma in tanti si sono girati dall’altra parte, sperando che l’estate portasse via i brutti pensieri, i brutti ricordi, i brutti momenti. Cecità: sapere che conducendo il mezzo in un certo modo si andrà a sbattere ma non si fa nulla per evitarlo. Stupidità, anche. Arroganza forse. Per poter fare il tampone c’è bisogno della prescrizione del medico curante. Ma se è sabato o domenica devi attendere il lunedì per richiederla, perché l’uomo si ferma, ma il virus no. Noi aspettiamo, incastrati negli assurdi vincoli formali; lui corre, irridendo la nostra inadeguatezza. Ma come può salvarsi un Paese in cui per due giorni su sette ci si ferma per delle medioevali pratiche burocratiche? Cecità: mi torna in mente a ogni istante quella sconvolgente visione di Saramago. L’uomo è stolto. Per nuovi problemi servono nuove soluzioni, ma anche nuovi strumenti.

Un Paese in coda - fare il tampone covid al drive-in di Roma

Ore 12:49. La fila ha ripreso a muoversi, lentamente ma fortunatamente. Ecco il cartello che indica le 3 ore di attesa. Arrivano alcuni familiari da fuori a portare il pranzo a figli e nipoti. Lasciano una busta e rapidamente se ne vanno. Siamo in coda in una strada interna senza nome che passa in mezzo a edifici abbandonati e fatiscenti, dove albergano gatti, uccelli e, a guardare i panni appesi alle finestre, evidentemente anche esseri umani.

Un Paese in coda - fare il tampone covid al drive-in di Roma

Ore 14:49. La strada sale, c’è una curva, si intravede anche il cartello delle due ore di attesa. L’ultimo chilometro sembra dunque vicino. La stanchezza inizia a farsi sentire; io e i miei vicini tamponandi siamo in coda da oltre 5 ore. Quando vedevo le code ai tg pensavo che sui tempi esagerassero, pensavo “ma come fa la gente a stare in coda 8 ore, in un’auto, spesso senza andare in bagno, senza potersi allontanare. La risposta è che si fa e basta. Quando arriva il tuo turno non hai altra scelta. Avevo anche provato a chiedere a un centro privato; mi hanno detto che la prima disponibilità era il 9 novembre, fra 20 giorni. In pratica per vedere se sei positivo fai passare due quarantene, fai in tempo a uscire dalla prima quarantena e a ritornare positivo, magari intanto andando in giro come se nulla fosse, mettendo a rischio la salute degli altri. È normale, tutto questo? E se non lo è, perché permettiamo che lo Stato rimborsi questi esami fatti da privati in tempi così follemente lunghi e quindi senza senso?

Il personale sanitario sta passando ora a ritirare la prescrizione del medico, auto per auto, finestrino per finestrino. Iniziano a scarseggiare anche i viveri, l’acqua centellinata.
Quando la sera sentiamo ai tg quanti tamponi sono stati fatti, quando leggiamo il bollettino quotidiano, dovremmo pensare che non si tratta di numeri astratti; si tratta di persone, di famiglie intere a volte; perché c’è un intero Paese che, ogni giorno, si mette in coda, fra paura, speranza, rabbia. Ho capito, sentendo alcune storie dai finestrini aperti, dalle telefonate in vivavoce, da conversazioni a distanza, che molti di quelli che oggi sono qui con me, intorno a me, sono qui per senso di responsabilità, più che per obbligo o dovere imposto da un motivo preciso, magari di lavoro. Per fortuna ce ne sono; per fortuna sono tanti, molti più di quelli irresponsabili a cui viene data troppa ribalta.

Ore 16:30. È arrivato il mio turno: il prelievo dura pochi secondi, tutti molto gentili e professionali. Fanno scorrere veloci la fila, solo dopo che mi hanno fatto spostare mi sono reso conto che non ho loro detto nulla delle parole che per 7 ore e 25 minuti avevo immaginato e pensato per loro, per ringraziarli per quello che hanno già fatto e stanno facendo. Mi sono ritrovato al di là del guado, improvvisamente e visceralmente stanco ma felice per avercela fatta, felice di poter tornare a casa.

Dopo questa esperienza ascolterò quei dati e quei numeri con uno spirito molto diverso; penserò a tutto questo, alle migliaia di persone che ogni giorno, in file ordinate e silenziose in ogni angolo d’Italia, aspettano il proprio turno. File che probabilmente dureranno ancora molte settimane, forse molti mesi. Per questo, anche, dovremmo tutti ricordarci dei numeri sui morti che da marzo leggiamo e ascoltiamo in tv; perché anche quelli, come questi e ancor più di questi, non sono numeri astratti, ma persone, vite umane che se ne sono andate. Per me è insopportabile, ogni giorno di più, ascoltare frasi come “non sono morti di covid” o “sono morti di altre malattie ma erano positivi e quindi dicono che sono morti di covid”. I morti di questi mesi sono morti proprio a causa del covid, che è tutt’altro che “una semplice influenza” e che evidentemente è “clinicamente risorto”. Certo, magari avevano altre patologie, magari a causa di queste patologie sarebbero morti… ma nei prossimi mesi, nei prossimi anni, certo non ora, non così. Certe persone però non le convinci, per loro è e rimarrà un complotto, del Governo, dell’Europa, dei poteri forti del mondo. Eppure Eurostat ha rilevato che, solo tra marzo e giugno 2020, in Europa ci sono stati 170mila morti in più rispetto al triennio precedente. Come è stato possibile, se il covid non esiste?

In bocca al lupo a noi, ne avremo bisogno davvero per i prossimi mesi.
E ora dita incrociate, si aspetta il referto.

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