attualità/Italia

Gli anticorpi di una democrazia

Oggi pomeriggio ero in centro a Roma con mia moglie: ci siamo concessi una di quelle meravigliose passeggiate romane che l’ormai famosa ottobrata regala ogni anno ai cittadini della Capitale: un sole caldo inondava le piazze e le strade gremite di gente.
Dal Velabro e dall’Arco di Giano, luoghi dove la Storia sembra parlare ancora e  dove migliaia di anni fa venne fondata la Città Eterna, abbiamo attraverso Ponte Fabricio, il più antico ponte di Roma, siamo tornati indietro verso la Sinagoga e siamo entrati nel cuore del Ghetto.

Lapide in Largo 16 ottobre 1943
Osservando, come altre volte, la lapide posta in Largo 16 ottobre 1943, proprio di fronte al Portico d’Ottavia, mi si è stretto il cuore, perché rileggere quelle parole il 14 ottobre, a soli due giorni dall’anniversario della deportazione degli ebrei dal Ghetto mi ha fatto un effetto diverso, ancora più intenso e sinistro.
Con il cuore colmo d’emozione siamo entrati a Largo Argentina e su verso il Pantheon. La giornata era davvero bellissima, l’aria perfetta, la città sembrava davvero eterna e imperturbabile.
Mentre il sole scendeva dietro il monte del Gianicolo, restituendoci come una quinta scenica la scura sagoma del Cupolone controsole, il fiato quasi mancava tanto era bella quell’immagine che ci veniva offerta.

Eravamo in Via del Tritone, ormai all’imbrunire, mia moglie era entrata in un negozio a fare il classico “giretto” che fanno le donne, io ero fermo sul marciapiede e guardavo il passaggio delle persone, mi immaginavo storie scrutando i volti dei numerosi turisti, pensavo ai loro Paesi di origine e vagheggiavo, con la mente leggera, in attesa di tornare a casa. Ma ripensavo anche ad alcuni commenti ad un mio post che avevo letto durante il giorno su facebook e che mi avevano turbato; ripensavo anche alla notizia di Riace e della fine di un’esperienza di integrazione tanto unica e simbolica quanto importante, studiata e apprezzata in tutto il mondo, cui un esaltato e inebriato dal potere ha deciso di porre fine con la forza, con la violenza, reintroducendo in Italia quelle deportazioni che pensavamo ormai lontane. Pensavo anche alla notizia letta da poco, delle migliaia di donazioni giunte in favore dei bambini di Lodi – bambini! – discriminati alla mensa scolastica; ne sono arrivate talmente tante che è stato necessario chiedere una sospensione. Che sorpresa meravigliosa e che segnale!

I bambini di Lodi - da Piazzapulita

Una storia commovente, nel suo insperato esito, che dimostra che c’è un Paese migliore, un Paese forse silenzioso, che non urla, non offende sui social, ma che agisce, si ribella, si indigna… si, che ancora si indigna. Un Paese forte, che deve tornare ad emergere, che deve tornare al centro della vita pubblica.

Pensavo a tutto questo quando da Via del Traforo ho iniziato a sentire delle sirene spiegate giungere a gran velocità da quel lato. A Roma ci sono abituato, ma quando si tratta di cortei istituzionali mi piace guardarli passare, come fanno i bambini, un po’ per capire chi sta passando un po’ per semplice curiosità: a volte si può capire dalla lunghezza del corteo stesso l’importanza dell’occupante.
Guardavo in quella direzione, rapito dal frastuono assordante, ma al contempo continuando a pensare alle mie cose. Dopo le moto e le varie auto ho capito che era qualcuno di decisamente importante, troppo lungo per una carica istituzionale “normale”… ho ipotizzato potesse trattarsi del Presidente, e lo sfrecciare delle numerose auto e delle moto mi ha convinto sempre di più nella mia ipotesi.

Poi dall’angolo coperto della strada è sbucata fuori la Lancia Thema: tricolore da un lato e stendardo della Presidenza della Repubblica dall’altro.
Cavolo, è stato un attimo, come un bambino osservavo… e come un bambino mi sono accorto che stavo piangendo; già, mi stavano scendendo delle lacrime, sgorgate all’improvviso senza che potessi trattenerle.

il corteo del Presidente della Repubblica

Al lettore sembrerà forse una debolezza; in quel momento lo è sembrata anche a me. Ho provato vergogna, per pudore credo, perché piangevo apparentemente senza motivo, di fatto in mezzo alla strada. Eppure, in un attimo, mi sono sentito salire in gola un magone, forse una liberazione per tutte le cose che mi erano passate davanti agli occhi oggi, per le emozioni contrastanti che avevo provato. Semplicemente, mi ero lasciato andare al passaggio della prima carica dello Stato, il più alto rappresentante della Repubblica. E in quel preciso istante ho pensato a tutto quello che sta accadendo in Italia in queste settimane, ma ho pensato anche alle pagine di Fenoglio, alla guerra, al rastrellamento del Ghetto di Roma, alla puntata di Alberto Angela di ieri sera e alla Shoah, alle leggi razziali – e razziste – di ieri e di oggi.

Non mi sono più vergognato delle mie lacrime, perché erano lacrime di gioia e di speranza, per quel Paese che magari non si vede ma c’è; per quell’Italia migliore che forse non si sente, oggi, ma che esiste.

Quelle sirene spiegate e quel corteo mi hanno ricordato che nella nostra tanto bistrattata Repubblica sono tanti e sono ancora forti gli anticorpi che la Storia ha prodotto al proprio interno, a difesa di ciò che è stato e che mai più deve ritornare; mi sono ricordato che tutto quello che abbiamo passato e vissuto è il nostro vaccino contro l’oscurità, la nostra salvezza contro l’oblio, il nostro antidoto contro l’odio strisciante.
Guardando passare quelle auto ho sentito e percepito, forse per la prima volta, lo Stato, in un senso profondo; mi sono sentito orgoglioso di essere cittadino italiano, orgoglioso del mio Paese e delle persone buone – tante – che qui vivono; un cittadino fiero della storia della sua Italia, delle sue sofferenze e cicatrici.

Avrei voluto abbracciarla, Signor Presidente, forse per desiderio di conforto, forse semplicemente per ringraziarla.
Grazie per essere il faro che guida la parte migliore di questo Paese.

Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi.
Sandro Pertini

 

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